La comunità senegalese di liguria ha accettato e ha creato questa associazione per:

_riunire nel suo interno i membri di entrambi i sessi,con l'intento

_di studiare e discutere problematiche sociali ed economiche.



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altHo un permesso di soggiorno da 6 anni e vorrei chiedere il permesso di soggiorno CE ma sono 4 mesi che sono fuori dall’Italia. Questa assenza mi pregiudica per richiedere questo titolo di soggiorno?

5 giugno 2013 – Secondo il Testo Unico sull’Immigrazione, l’art. 9 del D. Lgs. 286/98, lo straniero in possesso di un permesso di soggiorno da almeno cinque anni, ha diritto a richiedere il permesso di soggiorno CE lungo soggiornante (ex carta di soggiorno), sempre che sia in grado di dimostrare un reddito sufficiente, non abbia subito particolari condanne penali e superi un test di lingua italiana.

Ai fini del calcolo del quinquennio non si computano i seguenti periodi:

  • Soggiorno di breve durata: periodo inferiore a 3 mesi per visite, affari, turismo e studio.
  • Soggiorno con trattamento di status giuridico ai sensi della Convenzione di Vienna del 1961 sulle relazioni diplomatiche (agenti diplomatici), della Convenzione di Vienna del 1963 sulle relazioni consolari (agenti consolari), della Convenzione del 1969 sulle missioni speciali (missione temporanea con carattere rappresentativo dello Stato, inviata da uno Stato presso un altro Stato con il consenso di quest'ultimo per trattare con esso questioni determinate o per compiere presso di esso un compito determinato) o della Convenzione di Vienna del 1975 sulla rappresentanza degli Stati nelle loro relazioni con organizzazioni internazionali di carattere universale (funzionari Nazioni Unite).

Ciò vuole che se lo straniero è presente in Italia da cinque anni, ma per il primo anno, ad esempio, ha avuto un permesso come funzionario di una organizzazione internazionale, dovrà attendere ancora un altro anno per poter presentare la domanda di rilascio del permesso CEE.

E’ comunque escluso il diritto a richiedere tale permesso di soggiorno, anche alla luce della circolare N.400/A/2007/463/P/10 .2.2 del 16 febbraio 2007 emessa dal Ministero dell’Interno, allo straniero titolare di permesso di soggiorno per studio, formazione professionale, protezione temporanea, motivi umanitari, asilo e permesso di soggiorno di breve durata

Ai sensi dell’art. 9, comma 6 del citato decreto, le assenze inferiore a 6 mesi consecutivi e non superiori a 10 mesi complessivi nell'arco del quinquennio sono incluse nel computo dei 5 anni di soggiorno regolare, requisito alla base della richiesta del permesso di soggiorno CE lungo soggiornante (ex carta di soggiorno). Ciò vuol dire che  lo straniero titolare da almeno 5 anni di un permesso di soggiorno valido che è stato fuori dall’Italia per un periodo massimo complessivo di 10 mesi, senza mai superare i 6 mesi consecutivi, può comunque presentare la richiesta del permesso CE per lungo soggiornanti.  

Nei casi in cui l’allontanamento dal territorio italiano sia stato superiore ai periodi consentiti  ( assenze superiori ai 6 mesi consecutivi o ai 10 mesi complessivi nel quinquennio), se lo straniero è in grado di dimostrare che è dipeso dall’adempimento dell’obbligo militare,  da gravi e documentati motivi di salute oppure di forza maggiore, tali assenze non vengono computate all’interno del periodo richiesto per il rilascio del titolo di soggiorno, quindi il periodo di cinque anni non risulta così interrotto.
 

D.ssa Maria Elena Arguello



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Secondo Luis Durwalder (SVP) dovrebbero frequentarli finchè non imparano bene l’italiano e il tedesco. Insorgono alleati e opposizione: “Proposta ghettizzante e incostituzionale”

Roma – 5 giugno 2013  - Altro che tetto del 30% di bambini stranieri in ogni classe  o ore integrative per lo studio della lingua. Il presidente della provincia autonoma di Bolzano, Luis Durnwalder ha una soluzione più radicale per facilitare l’inserimento dei figli degli immigrati nelle scuole: creare scuole tutte per loro, dove farli rimanere finchè non si mettono al passo con i compagni.

“Devono imparare bene  entrambe le lingue di questa terra, l’italiano e il tedesco. Poi, quando le sanno, i loro genitori, se lo ritengono opportuno, possono reinserirli nelle classi ordinarie. Per quanto mi riguarda questo modello, che si ispira alla scuola paritetica ladina, potrebbe consentire ai figli degli immigrati di avere una loro scuola fino alle superiori” ha spiegato Durnwalder.

Il governatore, che è anche leader del Südtiroler VolksPartei, si rende conto che  “Non è una proposta di facile attuazione ma non per questo intendo rinunciare così facilmente”. E ha incaricato i tre assessori provinciali all’istruzione (ce n’è uno per ogni lingua e cultura: italiano, tedesco e ladino) di elaborare insieme “una proposta concreta per capire cosa possiamo fare”.

L’idea di Durnwalder ha scatenato molte polemiche. Riccardo Dello Sbarba dei Verdi, che con il suo gruppo siede all’opposizione, parla di una “proposta ghettizzante che certo non va verso l’inclusione e l’integrazione. Il modello dovrebbe essere, al contrario, una scuola europea plurilingue da proporre come offerta aggiuntiva a quelle già esistenti”.

Contrario anche il Partito Democratico, che è alleato del SVP al governo altoatesino. “Per gli stranieri, se è necessario, si può potenziare l’attività dei centri linguistici, che stanno già facendo molto per favorire l’integrazione degli immigrati. Fare un’altra scuola «ad hoc» non avrebbe davvero alcun senso” dice il vicepresidente della Provincia autonoma Christian Tommasini, annunciando un parere giuridico portato in giunta dal Pd in cui si argomenta “l’incostituzionalità della proposta”.



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Le ditte individuali sono oltre 230 mila, + 40 % negli ultimi cinque anni. Il viceministro Guerra: “Intervenire su formazione e accesso al credito”. Silvestrini: “Risorsa per l’Italia”

Roma – 4 giugno 2013 - La crisi investe anche l'imprenditoria straniera, che finora aveva dimostrato di sapere cavalcare l'ondata recessiva. Nel 2012 le ditte individuali con titolari stranieri sono diminuite del 6,7% rispetto al 2011, ovvero di 16 mila 708 unità, ma questo dato non annulla una crescita che, negli anni della crisi, è risultata "impressionante".

E' quanto emerge dal rapporto annuale sull'imprenditoria straniera in Italia, elaborato dal Centro Studi della Cna e presentato questa mattina a Roma, alla presenza del Ministro per l'Integrazione, Cecile Kyenge, del viceministro del Lavoro, Cecilia Guerra e del Segretario generale della Cna, Sergio Silvestrini. "Il nostro paese ha bisogno di aprirsi, contaminarsi e noi pensiamo che l'imprenditoria sia una grandissimo fattore di inclusione e integrazione sociale", ha detto Silvestrini.

Alla fine del 2012 gli immigrati imprenditori in Italia in termini assoluti erano 232.668, con un'incremento cumulato del 39,2% sul 2007 (+65 mila 519 unità). Guardando più da vicino gli impresari stranieri, ben il 49,6% sono artigiani.

Dominano gli uomini, ma non manca una rappresentanza femminile (18,9%). Inoltre il Centro studi della Cna, rileva come la stragrande maggioranza, l'87,1%, risieda al Centro Nord, con la sola Lombardia che ne ospita il 22,9%.

Tra i Paesi di provenienza spiccano Marocco, Romania e Cina; fuori dal podio, segue l'Albania. Solo queste quatto nazionalità rappresentano l'origine di oltre la metà (56,8%) delle aziende individuali guidate da stranieri.

I settori di gran lunga preferiti dagli imprenditori arrivati in Italia sono le costruzioni e il commercio. Comparti, però, messi a dura prova dalla crisi, con perdite nel numero delle aziende individuali a conduzione straniera dell'8,8% nel commercio (-7.829), del 4,2% nelle costruzioni (-3.766), del 10,6% nella ristorazione (-1.018) e del 16,1% nei servizi per la persona (-635).

"E' importante conoscere i dati delle imprese gestite da stranieri anche per programmare politiche di sviluppo e di ripresa economica del Paese - ha detto il ministro  Kyenge -. E Occorre tener presente anche il contributo che questi lavoratori possono dare alla ripresa economica italiana".

Secondo il ministro "la capacità imprenditoriale di molte persone di origine straniera dà loro la possibilità di creare una rete, attraverso le famiglie, le conoscenze e anche all'interno del tessuto italiano. Inoltre, la possibilità di parlare diverse lingue e il fatto di avere un bagaglio culturale anche di un altro paese, valorizza di più le loro imprese e può aiutare anche a portare alcuni prodotti fuori dai confini dell'Italia".

"Il dato del calo delle imprese di stranieri si registra con riferimento alle ditte individuali, se guardiamo il dato Unioncamere, che è complessivo, il quadro è diverso: dal 2007 ad oggi, la presenza di imprese di immigrati è in crescita e soprattutto va consolidandosi” ha sottolineato il viceministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Maria Cecilia Guerra, secondo il quale bisogna sostenere le imprese di stranieri.

“Credo – ha spiegato Guerra - che le difficoltà che tutte le imprese stanno vivendo vanno affrontante con strumenti generali, ma per quanto riguarda le imprese degli immigrati ci sono due aspetti su cui intervenire: il primo rappresentato dalle buone pratiche presentate oggi, attraverso le associazioni di categoria. La Cna ha fatto un gran lavoro per sostenere queste imprese, permettendo l'accesso alla conoscenza anche solo delle norme che in un paese ad alta burocrazia non è banale".

"All'interno di una difficoltà generale di accesso al credito – ha aggiunto il viceministro del Lavoro -  particolarmente forte è quella vissuta dalle imprese di immigrati. Queste imprese soffrono di un problema a priori di tipo reputazionale. Paradossalmente la valutazione del merito di credito non è legata alla specificità di quel l'impresa, ma alla considerazione che si ha sull'affidabilità della comunità di appartenenza".

"Gli imprenditori immigrati hanno una visione di futuro e un ottimismo che fa bene al nostro paese e che potrebbe fare da traino - ha aggiunto Silvestrini -. Queste persone hanno scelto l'italia, hanno portato le loro famiglie, i loro figli e il fare impresa in fondo è un atto fiduciario nei confronti del paese che li ospita".



Ajouté le 04/06/2013 par STRANIERI IN ITALIA - 0 réaction

Esponenti di tutti gli schieramenti si confrontano nell’intergruppo. Proposte diverse, ma non distanti. Chaouki (Pd): “Presto un documento comune. Coinvolgiamo tutti, è in gioco il futuro dell’Italia”

Roma  - 4 giugno 2013 – Il momento è adesso. E guai a farselo sfuggire. Alla Camera dei Deputati la riforma della cittadinanza per le seconde generazioni trova sostenitori in tutti gli schieramenti, Lega Nord esclusa. E ci mettono la faccia, come hanno fatto stamattina partecipando a una riunione dell’intergruppo parlamentare promosso dal deputato del Pd Khalid Chaouki, nel corso della quale ognuno ha spiegato la sua proposta.

Le formule sono diverse, ma non distanti come si potrebbe immaginare. Ruotano intorno all’anzianità di residenza regolare dei genitori e alla frequenza della scuola. E hanno l’obiettivo comune di riconoscere anche per legge quella che è ormai la realtà del Paese, fatta anche di nuovi italiani. Fuori dalle ideologie, senza scontri strumentalmente politici, puntando sul lavoro del Parlamento e non su un’iniziativa del governo  che comunque, attraverso la ministra dell’integrazione Cècile Kyenge, garantisce appoggio esterno al dibattito e un’opera di “sensibilizzazione”.

“È  indispensabile un confronto tra le forze politiche, anche per dare al Paese un messaggio di concretezzza e consapevolezza” dice Khalid Chaouki, creatore dell’intergruppo e promotore dell’incontro di oggi. “Siamo in una fase di maturità e disponibilità diversa rispetto alla scorsa legislatura, noi crediamo che la riforma possa andare in porto. E vogliamo che ci siano dentro tutti, anche il Popolo della Libertà e il Movimento cinque Stelle, perché è un tema nazionale che riguarda la sorte, l’identità del futuro dell’Italia”.

“L’Italia è già cambiata e questa legge è una necessità nazionale, siamo alla fine di un lungo percorso finalmente arrivato a maturazione” sottolinea Mario Marazziti (Scelta Civica). La proposta che ha presentato insieme alla collega Milena Santerini prevede che sia italiano chi nasce qui da genitori residenti da almeno cinque anni o chi arriva da piccolo e conclude un ciclo di studi.

Proprio il passaggio attraverso la scuola, sostiene l’ex portavoce della Comunità di sant’Egidio, “è una risposta alla predicazione della paura, secondo la quale la riforma distruggerebbe l’italianità. Invece la forza d’attrazione della cultura italiana ha un valore fondamentale, e quindi si finisce per accrescere l’italianità”.

“Questa battaglia – aggiunge Marazziti – si vince solo se non diventa scontro ideologico. Non è materia della quale si deve occupare il governo, che è vincolato a un programma dove c’è convergenza e ne uscirebbe indebolito. Serve quindi un percorso che nasca dal Parlamento, magari con un testo già condiviso da portare in commissione. Se perdiamo questa possibilità non so quando potrà ripetersi”.

Renata Polverini (Popolo della Libertà) parla di “battaglia principe per l’integrazione”, in nome di “ragazzi che si considerano già italiani e che i nostri figli e nipoti considerano italiani come loro”. “Il Paese deve confrontarsi con la realtà, vedo che per la prima volta ci stiamo indirizzando verso qualcosa di concreto”.

Anche l’ex governatrice del Lazio ha presentato una proposta di legge, secondo la quale è italiano “chi è nato nel territorio della Repubblica”, ma la cittadinanza va “confermata entro il sedicesimo anno di età, o, in alternativa, il diciottesimo, con assolvimento dell’obbligo scolastico”. Chi nasce in Italia, si trasferisce all’estero e poi torna, dovrà sostenere un “approfondito esame che attesti la conoscenza della cultura, della lingua e delle regole basilari del nostro ordinamento”.

Polverini sottolinea che la sua è “un’iniziativa personale”, ma rivela che nel Pdl ci sono altri pronti ad appoggiare pienamente la riforma (cita ad esempio Laura Ravetto, ma anche Carlo Giovanardi ha presentato una sua proposta). “Credo che questo governo ha un programma faticoso, però il Parlamento può accompagnare con garbo, con discrezione, ma anche con forza la sua azione. E non credo che il governo si romperà sulla cittadinanza”.

La riforma raccoglie consensi tra i banchi dell’opposizione. Sinistra Ecologia Libertà è da sempre schierata su questo fronte, ma è in arrivo anche una proposta del Movimento Cinque Stelle.

“Dobbiamo riconoscere anche per legge come è cambiato il Paese e quanto viene arricchito dalle differenze. L’Italia è un fiume al quale affluiscono tanti torrenti che lo ingrossano. Dobbiamo farlo capire alla gente con una grande operazione culturale, spiegare bene che non vogliamo uno ius soli secco e che parliamo di diritto di cittadinanza alle seconde generazioni” dice Giorgio Girgis Sorial, deputato del M5S figlio di immigrati egiziani.

Senza quel diritto, “bambini e adolescenti possono essere costretti a lasciare il loro Paese, quello in ci sono nati o cresciuti, per tornare in quello dei genitori, che non conoscono. Oppure devono fare le file in Questura, sentendosi violentati, estromessi dalla società” sottolinea Sorial, che vorrebbe anche un’azione dell’Italia nell’ue per aprire un dibattito europeo sulla cittadinanza.

Cosa prevederà la proposta dei Cinque Stelle? “Italiano chi nasce qui da genitori residenti regolarmente da almeno tre anni. Poi cittadinanza per formazione: chi è arrivato a tre, quattro anni, quando ne ha dodici ed è andato a scuola è già italiano al cento per cento. E può festeggiarlo con orgoglio. A diciotto anni deve esserci poi la possibilità di rinunciare alla cittadinanza”.

“Non inventiamoci paure degli italiani,. Sul territorio c’è grande consenso e i sondaggi dicono che quattro italiani su cinque sono favorevoli allo ius soli” sottolinea Filippo Miraglia (Arci), intervenuto insieme a Mohamed Talimoun (Rete G2) in rappresentanza dei promotori della campagna l’Italia sono Anch’io.

La loro proposta di legge popolare, che ha raccolto oltre 100 mila firme, dice che è italiano chi nasce qui da un genitore straniero regolarmente residente da almeno un anno e chi arriva da piccolo ma completa un ciclo scolastico. Ma l’Italai sono anch’io punta anche a una riforma che affidi le competenze ai Comuni, e che passi dalla “concessione”, che dipende dalla valutazione di questo o quel funzionario, al “diritto soggettivo” alla cittadinanza.

“Noi spingeremo perché la riforma assomigli alla nostra proposta” dice Miraglia. “Certo servirà una mediazione, ma non vorremmo compromessi al ribasso che non modifichino, di fatto, la situazione delle seconde generazioni: se potranno diventare italiani a sedici anni anziché diciotto non avremo ottenuto nulla. La mediazione guardi al futuro del Paese e non al presente degli equilibri politici”.

Khalid Chaouki, spiega che la proposta del Partito Democratico ( italiano chi nasce in italia da genitori residenti regolarmente da almeno cinque anni) “è una mediazione che punta al radicamento familiare e permetterebbe comunque ai bambini di arrivare all’iscrizione alla scuola dell’obbligo già con la cittadinanza”. “È anche l’antidoto all’obiezione abusata dell’”Italia-sala parto”, che tra l’altro  lede la dignità delle donne” sottolinea. Per chi arriva da piccolo si richiederebbe il completamento di un ciclo scolastico o di formazione professionale.

Che ne sarà del lavoro dell’intergruppo? “Nei prossimi giorni dovremo vedere come incardinare al più presto la discussione sulla riforma in Parlamento. Credo che dovremo stilare un documento che definisca le priorità e affermi la necessità di un cambiamento, raccogliere firme in Aula e presentarlo ai capigruppo e alla presidente della Camera, per far iniziare subito i lavori della commissione affari costituzionali. Laura Boldrini – nota Chaouki - si è già dimostrata molto sensibile a questo tema”.

Elvio Pasca



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