La comunità senegalese di liguria ha accettato e ha creato questa associazione per:

_riunire nel suo interno i membri di entrambi i sessi,con l'intento

_di studiare e discutere problematiche sociali ed economiche.

Cacciato dal raggruppamento dei partiti euroscettici. In un'intervista a Panorama aveva confermato il tono degli attacchi a Kyenge: "Preferisco che la massa dei neri resti a casa propria"

Roma - 3 giugno 2013 -  Mario Borghezio è stato espulso dal gruppo Europa della libertà e della democrazia (Efd) al Parlamento europeo a causa delle sue sparate razziste.

È quanto hanno confermato fonti di "Europa della liberta' e democrazia" precisando che la procedura di espulsione per l'europarlamentare della Lega Nord era iniziata venerdi' scorso, dopo l'intervista a 'Panorama', nella quale sostanzialmente confermava le sue parole sul ministro Kyenge e altre posizioni che lo hanno già reso celebre.

Su iniziativa del presidente di Efd, Nigel Farage (leader del britannico UKIP), e' stato chiesto agli eurodeputati del gruppo se avessero obiezioni o meno rispetto all'espulsione dell'europarlamentare della Lega, che era già stato sospeso una decina di giorni fa (lui parlava di "autosospensione") per le sue dichiarazioni. I due terzi dei deputati si sono espressi via mail per  l'espulsione di Borghezio.

Nell'intervista apparsa su Panorama, Borghezio si era tra l'altro definito non razzista ma "differenzialista", sostenendo di "preferire che la massa dei neri resti a casa propria" e definendo il "meticciato"  un ''obbrobrio'' che ''inquina la differenza tra le etnie''. Riguardo a Kyenge aveva spiegato: ''Non mi pento assolutamente delle cose che ho detto a questa signora", sostenendo di non aver "mai chiesto scusa. Ho detto che se lei si è ritenuta offesa mi dispiace. Ma la parola scusa non l'ho pronunciata e non la pronuncio nemmeno se mi sparano''.

"Borghezio e' stato ufficialmente espulso per le ripugnanti dichiarazioni rilasciate" ha spiegato il leader del Partito indipendetista britannico Ukip e copresidente del gruppo Efd, Nigel Farage. "Come gia' annunciato nell'ultima riunione del gruppo Europa per la liberta' e democrazia -ha ricordato Farage- l'Ukip sarebbe rimasto nel gruppo solo a condizione che Borghezio venisse espulso".

Con la decisione di espellere l'europarlamentare della Lega "abbiamo dato un segnale inequivocabile che commenti di stampo razzista sono inaccettabili -ha dichiarato Farage- l'Ukip si oppone a tutte le forme di razzismo e siamo soddisfatti che la questione sia stata risolta in via rapida e definitiva dai colleghi del gruppo e Fd".

Questa mattina, prima della decisione dell'Efd, l'eurodeputato della Lega Fiorello Provera, vicepresidente della commissione Esteri del Parlamento europeo a Bruxelles, aveva preso le distanze dalle dichiarazioni di Borghezio."Non mi risulta che queste posizioni coincidano con quelle della Lega Nord -ha chiarito- sicuramente non coincidono con le mie. Credo che queste generalizzaioni o categorie 'etniche' diluiscano il principio di responsabilita' del singolo individuo, principio in cui credo fermamente".



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Lavorava a uno Sportello Amico di Bergamo, ha trattenuto 14 mila euro versati dagli immigrati che presentavano le domande di rilascio o rinnovo. Condannato per peculato

Roma – 3 giugno 2013 - “Sportello Amico?” Chiedetelo G.M., 55 anni, leccese residente a Bergamo e impiegato nell’ufficio postale di via Malj Tabajani,  dove si può chiedere il rinnovo del permesso di soggiorno. E dove ha intascato illecitamente, proprio grazie a quelle pratiche, 13.380 euro.

Lo ha fatto nel modo più semplice del mondo. Prendendo i trenta euro pagati da ogni immigrato per la pratica, rilasciando regolare ricevuta, ma mettendo i soldi nel suo portafogli anzichè nelle casse di Poste Italiane. Un giochetto che, conviene dirlo, non ha nuociuto agli utenti, che hanno visto comunque andare avanti le loro domande, ma ha creato un ammanco nei conti della filiale.

La direttrice si è insospettita, ha fatto un po’ di conti, e si è resa conto che mancavano all’appello proprio i 30 euro di 446 assicurate per i permessi di soggiorno. I buchi riguardavano un periodo, da marzo a settembre 2010, durante il quale dietro lo Sportello Amico c’era proprio G.M. Quindi ne ha chiesto conto all’impiegato che, messo alle strette, ha confessato.

Qualche giorno fa G.M. è stato giudicato colpevole di peculato e condannato a un anno di reclusione con la sospensione della condizionale. Intanto ha restituito i soldi, in parte in contanti in parte detratti dalla sua liquidazione. Perché ha perso il posto di lavoro e non potrà più sedersi dietro uno Sportello Amico.



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Con la sentenza n. 201301384 del 23 maggio 2013 il Tar di Milano ha rigettato il ricorso presentato dallo straniero in merito alla pratica di emersione del rapporto di lavoro perché dagli accertamenti effettuati dalla Pubblica Amministrazione non esisteva effettivamente il rapporto di lavoro.

3 giugno 2013 - Il lavoratore ha fatto appello al decreto di diniego emesso dalla Prefettura di Sondrio adducendo due motivazioni. La prima era basata sul fatto che l’atto di diniego del permesso di soggiorno non sia stato tradotto nella lingua dello straniero. Con la seconda ha contestato il fatto che l’Amministrazione non ha emesso un preavviso di rigetto dell’istanza presentata (notifica ai sensi dell’art. 10bis della legge 241/90). Inoltre, la difesa ha contrastato il parere della P.A. dicendo che il datore di lavoro ha pagato il contributo forfettario di € 1000 oltre ai 3 versamenti effettuati all’Inps per i contributi dovuti per il rapporto di lavoro domestico.

I giudici, nella fattispecie, hanno dato ragione alle Autorità basandosi sul seguente ragionamento. In merito alla traduzione dell’atto, la giurisprudenza costante evidenzia che la mancata traduzione non vizia l’atto stesso, semmai può incidere sulla decorrenza dei termini per l’impugnazione. La traduzione è obbligatoria solo per il provvedimento di espulsione, ai sensi dell’art. 13, comma 7 del d.lgs. 286/98. Per la seconda motivazione, invece, il Collegio ha ritenuto che in base agli accertamenti effettuati dalla Questura sulla vera esistenza del rapporto di lavoro, anche un avviso di rigetto della pratica non avrebbe comunque cambiato il parere alla base del diniego poiché il rapporto di lavoro sul quale si era fondata l’istanza era risultato fittizio.

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la Cassazione riconosce il beneficio a un immigrato. "Il reddito da prendere a riferimento è quello esclusivo della persona che richiede la prestazione".

Roma, 31 maggio 2013 - Sì all'assegno sociale per l'immigrato, titolare di soggiorno per ricongiungimento familiare, anche se vive in un nucleo familiare titolare di reddito.

Lo ha stabilito la Cassazione che ha fatto presente che "il reddito da prendere a riferimento è quello esclusivo della persona che richiede la prestazione". In questo modo, la sezione Lavoro (sentenza 13576) ha bocciato il ricorso dell'Inps contro la decisione della Corte d'appello di Milano (ottobre 2007) che aveva dato l'ok all'assegno sociale a favore di Dnayat B., titolare di carta di soggiorno per ricongiungimento familiare, in quanto "priva di reddito".
Inutile, dunque, il ricorso dell'Inps in Cassazione volto a dimostrare che l'immigrata - che convive con il nucleo familiare del figlio soggetto-autore del ricongiungimento - era inserita in un nucleo familiare titolare di reddito tale da garantirle il sostentamento.

Piazza Cavour ha bocciato il ricorso dell'Inps viziato da considerazioni "metagiuridiche", e ha chiarito che "il reddito da prendere a riferimento è quello esclusivo della persona che richiede la prestazione, considerato eventualmente il reddito del coniuge ed altri redditi che nel caso non sono ravvisabili". In ogni caso, aggiunge la Suprema Corte, è "pacifico" che l'immigrata "non gode di alcun reddito proprio e trae sostentamento dalla convivenza con il nucleo familiare del figlio".



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Stop a chiusura frontiere come Francia fece con Italia nel 2011

Bruxelles, 31 maggio 2013 - Le tre istituzioni europee, Consiglio Ue, Parlamento europeo e Commissione, hanno raggiunto un accordo informale a Bruxelles per 'comunitarizzare', almeno in parte, la 'governance' dello spazio di Schengen, che è stata finora gestita in una logica prevalentemente intergovernativa dai paesi membri, in particolare per quanto riguarda la reintroduzione provvisoria dei controlli di frontiera sulle persone in caso di minacce all'ordine pubblico e pressioni migratorie eccezionali e incontrollabili.

Con le modifiche concordate alle norme di Schengen, che saranno adottate formalmente con un voto della plenaria dell'Europarlamento a giugno, non sarà più possibile che uno Stato membro decida unilateralmente di chiudere le sue frontiere con un altro paese dell'Ue, come fece la Francia nel marzo-aprile del 2011 per arginare gli ingressi di immigrati tunisini in fuga dal loro paese, approdati in Italia durante i disordini della 'primavera araba'. In caso del genere (pressioni eccezionali alle frontiere esterne), il paese sotto pressione non potrà prendere misure autonomamente, ma dovrà aspettare che la Commissione europea valuti la situazione e faccia una proposta, che dovrà essere approvata dalla maggioranza qualificata degli Stati membri.

La Commissione, in questo caso, potrà esercitare il suo ruolo di guardiana del diritto comunitario, potendo controllare la corretta applicazione delle norme Ue, con il potere di aprire procedure d'infrazione a carico dello Stato membro eventualmente inadempiente, fino al ricorso in Corte europea di Giustizia. L'Esecutivo comunitario, inoltre, effettuerà controlli e missioni alle frontiere esterne, anche senza preavviso, e pubblicherà dei rapporti regolari (due volte all'anno) sul funzionamento del sistema, potendo proporre misure per migliorarne l'efficacia. Finora, i controlli erano affidati agli stessi Stati membri, in una logica 'fra pari' che non garantiva l'indipendenza delle valutazioni.

La parte che resta meno 'comunitarizzata' (e praticamente simile al sistema attuale) è quella relativa alla facoltà che gli Stati membri hanno di reintrodurre controlli temporanei alle frontiere in caso di minaccia all'ordine pubblico e alla sicurezza interna, come nel caso di grandi eventi sportivi (in cui si voglia, ad esempio, controllare l'ingresso di 'hooligans' nel paese in questione) o di visite di capi di Stato stranieri e riunioni internazionali come il G8 o altri eventi, ove ci fosse il pericolo di proteste violente (come quelle del Black Blok a Genova) o di atti terroristici. In questi casi, lo Stato membro interessato potrà prendere misure unilaterali, che comunque dovrà notificare alla Commissione europea.

 Quest'ultima potrà, in seconda battuta, giudicare se le misure sono proporzionate ed eventualmente chiederne l'abolizione, o anche - se il paese interessato ne dimostra la necessità - approvare una proroga oltre il limite iniziale di sei mesi per i controlli alle frontiere. Il Parlamento europeo, che avrebbe voluto essere coinvolto nel nuovo sistema con potere di co-decisione, è riuscito a strappare solo un impegno politico degli Stati membri a consultarlo, ma non ha ottenuto i poteri vincolanti che chiedeva per la gestione del sistema, perché sarebbero andati oltre quanto è previsto dal Trattato Ue di Lisbona.



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