La comunità senegalese di liguria ha accettato e ha creato questa associazione per:
_riunire nel suo interno i membri di entrambi i sessi,con l'intento
_di studiare e discutere problematiche sociali ed economiche.
La comunità senegalese di liguria ha accettato e ha creato questa associazione per:
_riunire nel suo interno i membri di entrambi i sessi,con l'intento
_di studiare e discutere problematiche sociali ed economiche.
L’espulsione giudiziaria
L’espulsione sia il risultato di una condanna penale imposta come pena accessoria, in questo caso parliamo dell’espulsione giudiziaria. Ciò vuol dire che, ai sensi dell’art.16 del d.lgs. 286/98, il giudice può imporre l’espulsione come pena accessoria quando emette la sentenza di condanna per un reato non colposo, cioè volontario, oppure nel caso in cui lo straniero, ritenuto socialmente pericolo, sia condannato per uno dei reati indicati negli artt. 380 e 381 codice di procedura penale ai sensi dell’art. 15 del d.lgs. 286/98.
Nel primo caso, il provvedimento d’espulsione viene comunicato allo straniero, il quale può proporre opposizione entro 10 giorni, davanti al tribunale di sorveglianza il quale deve pronunciarsi entro 20 giorni. L’esecuzione del decreto è sospesa fino alla decorrenza dei termini di impugnazione o della decisione del tribunale di sorveglianza.
Si può impugnare un decreto di espulsione?
Si, lo straniero ha il diritto di opposizione al provvedimento di respingimento in frontiera o con accompagnamento. Per esercitarlo deve presentare la richiesta entro 60 giorni dalla notifica del provvedimento al Giudice di pace del luogo in cui ha sede l’Autorità che ha disposto l’espulsione. Il ricorso non sospende l’esecuzione dell’espulsione, a meno che la persona non lo richieda espressamente al Tribunale competente. Se lo straniero ha abbandonato il territorio italiano dovrà presentare la richiesta presso la rappresentanza consolare italiana nel paese estero di residenza, nonché dovrà firmare una procura notarile presso il Consolato italiano ad un avvocato in Italia.
Lo straniero colpito dal provvedimento di espulsione può ritornare in Italia?
Solo nel caso in cui venga rilasciata un’autorizzazione speciale da parte del Ministero dell’Interno per il reingresso dello straniero colpito da un provvedimento di espulsione, egli può ritornare nel territorio nazionale prima del periodo di allontanamento previsto dal provvedimento. Il rilascio dell’autorizzazione al rientro è fortemente discrezionale da parte del Ministero, che non ha alcun obbligo di esito positivo nei confronti dello straniero. La richiesta può essere presentata dallo straniero presso la rappresentanza consolare italiana all’estero, la quale procede ad inoltrarla al Ministero dell’Interno che, dopo verificare l’autenticità della firma e analizzare la documentazione che motiva la richiesta di reingresso, rilascia o meno l’autorizzazione per il reingresso. È importante dimostrare di essere in possesso dei requisiti necessari per ottenere un permesso di soggiorno legato alla motivazione per il rientro in Italia. Il Consolato italiano notifica all’interessato il parere emesso dal Ministero dell’Interno in merito alla richiesta entro 120 giorni (termine per la conclusione del procedimento) e in caso di esito positivo, rilascia il visto per il reingresso . Rientrare in Italia senza tale autorizzazione rappresenta un reato penale e lo straniero può essere incarcerato per un periodo da 1 a 4 anni oltre ad subire sanzioni amministrative.
Decorso il termine di divieto, lo straniero può rientrare in Italia solo se dimostra che si è effettivamente allontanato.
Per quali motivi lo straniero espulso può rientrare in Italia?
Centro per l’identificazione ed espulsione - CIE
Sono strutture nelle quali il Questore può trattenere gli stranieri sottoposti a provvedimenti di respingimento o di espulsione ma che non possono essere eseguite immediatamente per diversi motivi (non si riesce a rimpatriarli perché non collaborano all’identificazione o perché dal Paese d’origine non arrivano i documenti necessari.) e solo dopo avergli offerto la possibilità del rimpatrio volontario assistito, evitando così l’espulsione, tranne nei casi in cui sia dettata da motivi pericolosità sociale dello straniero. La gestione e l’organizzazione dei centri è affidata ai Prefetti delle Provincie in collaborazione con la Croce Rossa Italiana e in alcuni casi con la Caritas oppure con altre organizzazioni del terzo settore, mentre la garanzie della sicurezza e del mantenimento dell’ordine pubblico nel centro è un compito delle forze dell’ordine. Al momento dell’ingresso dello straniero nel centro, le autorità italiane sono obbligate a prendere contatto con la Rappresentanza diplomatica del paese di provenienza (o di sospetta provenienza) e i familiari dello straniero nel caso quest’ultimo lo richieda. Per trattenere la persona nel Cie, è necessario un provvedimento di convalida da parte del giudice di pace territorialmente competente entro le 48 ore successive all’adozione del provvedimento e solo dopo che venga notificato all’interessato, inoltre lo straniero non può lasciare il centro di sua spontanea volontà ma ha la piena libertà di comunicazione con l’esterno nonché la facoltà di ricevere visite. Nel caso ci siano minori all’interno del nucleo familiare, i genitori possono richiedere di tenere i propri figli con loro nel centro oppure questa decisione può essere disposta dal Tribunali per i minorenni. Per l’udienza di convalida del provvedimento, lo straniero può presentare il suo procuratore di fiducia munito di delega o può avere un avvocato di gratuito patrocinio nonché un interprete nel caso non capisca la lingua italiana. La convalida comporta la permanenza complessiva di 30 giorni all’interno del Cie. Le eventuali proroghe devono essere accordate con il Giudice di Pace, di due mesi in due mesi per un periodo massimo di permanenza è di 18 mesi. Contro i decreti di convalida e di proroga, lo straniero può presentare ricorso alla Cassazione, ma comunque il ricorso non sospende l’esecuzione della misura.
Una volta decorsi il termine massimo di trattenimento senza che gli impedimenti all’esecuzione coattiva dell’espulsione o del respingimento siano venuti meno, la misura del trattenimento decade e lo straniero deve essere rilasciato. Ad esempio, se lo straniero viene trattenuto perché non è in possesso di un valido documento di viaggio, una volta decorsi i 18 mesi massimi di permanenza e se ancora il problema del documento non è stato risolto, lo straniero non deve può soggiornare all'interno del CIE e, quindi, viene rilasciato.
Programmi di rimpatrio assistito
Se lo straniero non dispone di mezzi propri può accogliersi ai “programmi di rimpatrio assistito” curati da organizzazioni internazionali, enti locali e associazioni attive nell’assistenza agli immigrati in modo tale di poter viaggiare in condizioni di sicurezza. L'autorità responsabile in Italia è la Direzione Centrali Servizi e l'Immigrazione del Dipartimento delle Libertà Civili ed Immigrazione del Ministero dell'Interno. Questa iniziativa è co-finanziata dagli Stati Membri dell'e Europea e dal Fondo Europeo Rimatri. All'interno del programma è prevista l'assistenza per l'organizzazione e il pagamento del viaggio e il supporto alla reintegrazione sociale e lavorativa nel paese d'origine.
Ai sensi dell'art. 7 della Decisione 2007/575/CE (rif. normativa italiana vigente Legge n.129 del 2 agosto 2011), le persone che possono presentare domanda sono i soggetti vulnerabili previste dall'art. 19, comma 2bis del d.lgs. 286/98 (disabili, donne sole con bambini, anziani, persone affetti da grave patologie o con problemi di salute fisica e/o mentale e senza fissa dimora); vittime di tratta, richiedenti e titolari di protezione internazionale o umanitaria; le persone che non hanno i requisiti richiesti per il rinnovo del permesso di soggiorno (e rinunciano al loro status e al loro permesso di soggiorno al momento della partenza, questo non significa però che gli venga vietato il reingresso in Italia) o i destinatari di un provvedimento di espulsione o di rispengimento ai senti dell'art. 10, comma 2 del d.lgs. 286/98 che sono trattenute nei CIE ai sensi dell'art. 14, comma 1 del medesimo decreto legislativo o gli stranieri che hanno un provvedimento di espulsione ma che hanno un periodo per la partenza volontaria, cioè coloro che non hanno un accompagnamento coattivo in frontiera.
Non sono ammessi ai programmi di rimpatrio assistito i cittadini comunitari, gli stranieri in possesso di un permesso di soggiorno CE per lungo soggiornante, gli stranieri che sono sottoposti ad espulsione per motivi di pericolosità o nel caso in cui lo straniero ha violato le norme sul reingresso o le misure imposte dal Questore, così come coloro che hanno un’espulsione derivante da una sentenza penale (espulsione giudiziaria).
Il programma si divide in 4 fasi:
PRE-PARTENZA: comprende la fase di informazione e orientamento nonché autorizzazione da parte del Ministero dell'Interno in caso di esito positivo e rilascio degli eventuali documenti necessari da parte della Rappresentanze Diplomatiche presenti in Italia.
PARTENZA e ARRIVO NEL PAESE DI ORIGINE: organizzazione del viaggio; assistenza aeroportuale e pagamento dell'indennità di prima sistemazione e/o rilascio del kit per prime necessità a cura degli Enti attuatori del Ritorno Volontario Assistito. Quest'ultimo passaggio avviene solo se è previsto nel programma al quale aderisce lo straniero. All'arrivo nel paese lo straniero viene accolto e, in caso di necessità, assistito per raggiungere la destinazione finale; se si tratta di minori o vulnerabili si procede alla riunificazione familiare, la segnalazione ai servizi sanitari, se necessaria, e la consulenza per la reintegrazione solo se previsto dal progetto concordato con il migrante. Tutto ciò è a cura degli Enti attuatori del Ritorno Volontario Assistito nei Paesi Terzi di destinazione dei beneficiari.
REINTEGRAZIONE NEL PAESE DI ORIGINE: Accompagnamento alla realizzazione del Piano Individuale di Reintegrazione se prevista dal progetto
MONITORAGGIO: fino a 12 mesi dall'arrivo.
D.ssa Maria Elena Arguello
Riferimenti normativi D.Lgs. 286/98, Titolo II, Capo II (da artt. 10 a 17)
L'allarme del ministero del Lavoro: “La crisi ha colpito gli immigrati più che gli italiani”. Peggiorano anche qualità del lavoro e retribuzioni. Il rapporto
Roma – 15 luglio 2013 – I lavoratori stranieri hanno superato i 2,3 milioni occupati, il 10 per cento del totale. Diversi indicatori, però, a cominciare dal numero disoccupati, “convergono nel segnalare come la crisi abbia colpito in misura relativamente più accentuata proprio la componente immigrata”.
A tirare le somme è il Terzo rapporto annuale sugli immigrati nel mercato del lavoro in Italia, curato dalla Direzione Generale dell’Immigrazione e delle Politiche di Integrazione del ministero del Lavoro, presentato stamattina a Roma.
La popolazione straniera in età da lavoro (di 15 anni ed oltre), nel 2012 è composta da 1,2 milioni di cittadini di provenienza dai Paesi UE e da 2,7 milioni di provenienza extracomunitaria. Circa 2 milioni e 334 mila stranieri hanno un lavoro. Rispetto all’anno precedente, si è registrata una crescita dell’occupazione straniera di circa 82 mila persone, accompagnata da una diminuzione di 151 mila occupati italiani, generando così un saldo negativo di 69 mila unità.
La crescita dell’occupazione straniera ha interessato la componente UE (+3,9%) e quella extracomunitaria (+3,6%) e, relativamente alle dinamiche settoriali, tra i 2011 ed i 2012 si registra una netta diminuzione degli occupati stranieri nell’industria in senso stretto (-2,8% per la componente UE e -2,6% per quella extra UE) e nelle costruzioni (-3,1 % UE e -0,4% extra UE), mentre cresce l’occupazione straniera nei servizi (+ 6,4%).
Specularmente, i cittadini stranieri in cerca di lavoro nel 2012 sono quasi 385 mila (circa 120 mila comunitari e 265 mila extracomunitari) e il relativo tasso (pari al 14%) sopravanza di 4 punti il valore relativo ai cittadini italiani. Rispetto al 2011 gli individui stranieri in cerca di lavoro crescono del 19,2% relativamente alla componente UE e del 25,4% a quella extra UE.
“In valore assoluto – sottolinea il Rapporto - il fenomeno della disoccupazione straniera, nella lunga fase di crisi, assume caratteri decisamente allarmanti”. Considerando, infatti, l’ultimo triennio dal 2010 al 2012, le persone in cerca di lavoro di cittadinanza UE sono cresciute di oltre 35 mila unità, mentre tra le forze di lavoro di cittadinanza extra UE, l’aumento è superiore alle 72 mila persone.
A differenza della popolazione italiana la cui componente inattiva si riduce, nel caso degli stranieri si registra, tra il 2011 ed il 2012, un aumento rilevante della popolazione inattiva, che per la componente UE cresce di 15 mila unità e per quella extra UE di circa 71 mila persone, avvicinando ulteriormente i tassi di attività della popolazione italiana (62,9%) a quelli della componente straniera delle forze di lavoro (75,4% UE e 68,4% extra UE).
Nel 2008 gli stranieri in cerca di lavoro erano 162 mila di cui 94 mila donne e 67 mila uomini. Nel 2012 i disoccupati stranieri sono ben 383 mila di cui 193 mila donne e 190 mila uomini. “Non solo, quindi, nei cinque anni di crisi la disoccupazione cresce di oltre 220 mila unità, ma l’aumento esponenziale della componente maschile (123 mila disoccupati in più) segnala un fenomeno nuovo, di forte destabilizzazione sociale per tutte le comunità straniere” commentano i ricercatori.
L’aumento è dovuto, in larga misura, all’espulsione di lavoratori stranieri dai comparti produttivi manifatturieri, a cui si aggiunge una componente di “giovani” ex inattivi – spesso di seconda generazione – in fase di transizione dalla scuola alla vita adulta e professionale. Questo genera quindi, un diverso impatto sulle comunità straniere, maggiore per quelle più inserite nel settore industriale, minore per le comunità più caratterizzate dal lavoro nei servizi alle famiglie.
La disoccupazione non è l’unico aspetto in cui si fa sentire la crisi.
Nel 2008 il 29% dei lavoratori stranieri era impegnato in mansioni non qualificate, percentuale che nel 2012 raggiunge il 34%, mentre si riducono nettamente le posizioni “qualificate” che passano dall’8,2% del 2008 al 5,9% del 2012. Inoltre, nel 2012, il 41% dei lavoratori stranieri svolgeva mansioni sottodimensionate rispetto al proprio livello di istruzione/qualificazione, una percentuale in crescita se si considera che nel 2008 erano il 39%. Sul fronte delle ore lavorate, nel 2008 risultavano sottoccupati il 7% dei lavoratori stranieri e nel 2012 la quota sale al 10,7%, 6 punti percentuali in più rispetto a quella degli occupati italiani.
Le condizioni lavorative più svantaggiate si riflettono anche sulla retribuzione netta mensile che, per gli stranieri, è, in media, più bassa e si attesta, nel 2012, a 968 euro contro i 1.304 euro dei lavoratori italiani (-336 euro). Nel 2008 la retribuzione netta dei lavoratori stranieri era solo lievemente maggiore (973 euro al mese), ma il divario con le retribuzioni italiane era molto minore, pari a 266 euro per mese.
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III Rapporto annuale sul mercato del lavoro degli immigrati (Sintesi)
III Rapporto annuale sul mercato del lavoro degli immigrati (Integrale)
Il presidente della Camera: "Cresciuti coi nostri figli fanno parte della nostra società"
Roma, 15 luglio 2013 - ''Il Capo dello Stato ha ricordato più volte ai partiti che i figli di immigrati nati in Italia sono parte del nostro tessuto sociale e che la legge sulla cittadinanza deve aggiornarsi ai tempi. Mi auguro che l'invito del Presidente, che è anche il mio, possa essere ascoltato dai partiti uscendo da logiche di contrapposizione''.
Lo ha affermato il presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini, partecipando a un'iniziativa a Lamezia Terme in cui è stata conferita la cittadinanza onoraria a quattrocento bambini stranieri.
'In tempi di globalizzazione - ha detto ancora - non si puo' ignorare la realta' e cioe' che nel Paese ci sono persone che vengono da altri luoghi ma che fanno parte della nostra societa'. In Italia ci sono oltre quattro milioni di immigrati. Tanti figli di questi immigrati sono nati qui e sono cresciuti con i nostri figli. Bisogna prendere atto del fatto, quindi, che sono italiani''.
Entrano a regime le norme introdotte dal Decreto Lavoro, ma ci sono novità anche su valutazione dei redditi, certificati medici e idoneità alloggiativa. Le indicazioni dei ministeri dell’Interno e del Lavoro
Roma – 11 luglio 2013 – La regolarizzazione, finora parca di permessi di soggiorno, allarga le sue maglie. E tra novità legislative e nuove procedure da qualche speranza in più a tanti lavoratori stranieri che vorrebbero uscire alla luce del sole.
È tutto spiegato in una circolare congiunta inviata ieri dai ministeri dell’Interno e del Lavoro alle Prefetture e alle Direzioni Territoriali del Lavoro.
Interviene, innanzitutto, sulle cosiddette “black list”nelle quali erano finiti i datori di lavoro che in passato avevano presentato domande per i flussi di ingresso o per la regolarizzazione ma poi non avevano poi portato a termine l’assunzione. Finora, chi si trovava in questa situazione, veniva automaticamente bocciato con un parere negativo dalle Direzioni Territoriali del Lavoro.
La circolare invita invece a chiedere spiegazioni al datore di lavoro per questi comportamenti e a “valutare caso per caso” le sue giustificazioni. Queste andranno “considerate in base ai principi di ragionevolezza e buona fede”, le DTL le “rivaluteranno opportunamente” e potranno, eventualmente, anche modificare un parere precedentemente espresso.
Vengono poi recepite le novità introdotte recentemente dal Decreto Lavoro (dl 76/2013).
Se la domanda viene bocciata per “cause imputabili esclusivamente al datore di lavoro”, i contributi sono stati pagati e c’è la prova di presenza in Italia dal 2011, al lavoratore va rilasciato un permesso per attesa occupazione della durata di un anno. La regola vale anche per domande bocciate negli scorsi mesi, quindi ora gli Sportelli Unici dovranno riconvocare i lavoratori, un passaggio che non sembra facilissimo, considerato che tanti potrebbero aver fatto perdere le loro tracce.
Sempre sulla base di quel decreto legge, anche se il rapporto di lavoro è finito prima della convocazione allo Sportello Unico per l’Immigrazione, il lavoratore potrà ottenere un permesso per attesa occupazione. E se quando andrà in Questura a lasciare le impronte digitali avrà trovato un nuovo lavoro, presentando una copia della comunicazione d’assunzione “potrà ottenere direttamente un permesso di soggiorno per lavoro subordinato”.
Diventa poi più elastica la valutazione del reddito per chi ha chiesto di regolarizzare dei lavoratori domestici.
Se bisogna far valere i “redditi congiunti di più familiari” e la DTL ha espresso un parere positivo con riserva per la difficoltà di verificarli, lo Sportello Unico potrà controllare la documentazione presentata successivamente, ed eventualmente sciogliere la riserva. Inoltre, nel caso di assunzione di più domestici, non va effettuata “un’automatica moltiplicazione del reddito (es. 20000 per un domestico, 40000 per due domestici), ma la DTL dovrà valutare caso per caso la situazione reddituale complessiva del datore”.
Per la regolarizzazione di una o più badanti, caso in cui non è prevista una soglia di reddito per l’assunzione, il bisogno di assistenza può essere documentato sia con un “provvedimento di riconoscimento dell’invalidità civile”, sia con un’attestazione rilasciata dal medico di famiglia iscritto al Ssn. In mancanza di questa certificazione, scatta la valutazione del reddito del datore di lavoro.
Infine, via un altro ostacolo. “La mancanza di idoneità alloggiativa – spiega la circolare - non può essere ostativa alla procedura di regolarizzazione”. Questa va richiesta, “ma non può essere considerata da sola quale motivazione di un rigetto”. Insomma se ci sono tutti gli altri requisiti, ma il lavoratore vive in una casa troppo piccola, può comunque mettersi in tasca il permesso di soggiorno.
Il ministro degli Esteri: "Non dava nessun risultato"
Roma, 10 luglio 2013 - "Ho sostenuto da sempre che per quanto riguarda immigrati, immigrati illegali, clandestini e quant'altro la nostra politica di pura reazione, di puri respingimenti e solo affrontata dal punto di vista securitario era una politica che andava cambiata perche' non dava nessun risultato ed era una politica a mio avviso sbagliata".
Lo ha detto il ministro degli Esteri, Emma Bonino, a Zapping, su Radio1.
In merito alle polemiche politiche sorte dopo il viaggio di Papa Francesco a Lampedusa, la titolare della Farnesina ha aggiunto: "Il Santo Padre e' il Santo Padre e quindi parla all'opinione pubblica e ai suoi fedeli", ma "ognuno ha la liberta' di esprimere le proprie opinioni".
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