La comunità senegalese di liguria ha accettato e ha creato questa associazione per:
_riunire nel suo interno i membri di entrambi i sessi,con l'intento
_di studiare e discutere problematiche sociali ed economiche.
La comunità senegalese di liguria ha accettato e ha creato questa associazione per:
_riunire nel suo interno i membri di entrambi i sessi,con l'intento
_di studiare e discutere problematiche sociali ed economiche.
Al via le visite degli europarlamentari, "per continuare a compilare un inventario delle condizioni di vita all'interno di questi centri che restano molto spesso opache". La Campagna 'Open Access Now'
Roma - 23 aprile 2013 - Da circa dieci anni le politiche europee d'asilo e immigrazione hanno determinato un aumento del numero di centri di detenzione per migranti. Nella Ue e alle sue frontiere meridionali e orientali, il loro numero e' passato da 324 nel 1999 a 473 nel 2011, senza contare i luoghi invisibili di detenzione come commissariati o cabine delle navi, cui si ricorre temporaneamente, ma regolarmente.
E' quanto si legge in una nota della campagna 'Open Access Now' lanciata a ottobre del 2011 da Migreurop e Alternative europee, annunciando che, tra aprile e giugno 2013, diversi membri del Parlamento europeo (per i quali l'accesso a questi centri e' assicurato per legge) effettueranno visite in diversi luoghi di detenzione "per continuare a compilare un inventario delle condizioni di vita all'interno di questi centri che restano molto spesso opache".
Nonostante la direttiva 'rimpatri' preveda che 'i pertinenti e competenti organismi ed organizzazioni nazionali, internazionali e non governativi hanno la possibilita' di accedere ai centri di permanenza temporanea' e il Parlamento europeo e, in particolare, la commissione Liberta' civili, giustizia e affari interni si siano pronunciati a favore di un diritto d'accesso della societa' civile - si denuncia -le difficolta' persistono. Le autorita' dei Paesi membri rifiutano nella maggior parte dei casi l'accesso dei giornalisti a questi centri, l'accesso delle associazioni e' sottoposto a regole estremamente restrittive e finanche le visite degli eletti sono talvolta limitate dalle autorita'.
Non e' raro che dei bambini - talvolta senza rappresentante legale - siano detenuti, cosi' come delle persone in cerca di protezione - e' il caso oggi di numerosi cittadini siriani. Molte persone sono detenute in maniera illimitata anche se la direttiva ''rimpatri'' ha fissato la durata massima di detenzione a diciotto mesi. Questi pochi esempi testimoniano dei trattamenti inumani e degradanti che le politiche e le pratiche fanno subire ogni giorno a degli esseri umani ''colpevoli'' soltanto di non avere documenti di viaggio e/o titoli di soggiorno in regola.
Le visite di centri di detenzione sono uno degli strumenti della campagna 'Open Access Now'. E, mentre associazioni e giornalisti impegnati nella campagna presentano regolarmente domande d'accesso, tra aprile e giugno 2013 dei membri del Parlamento europeo effettueranno visite in diversi luoghi di detenzione .
Domani ci sarà una tavola rotonda al Parlamento europeo a Bruxelles con giornalisti, parlamentari e rappresentanti della societa' civile, sotto il patronato delle deputate europee He'le'ne Flautre (Verdi/Ale) e Marie-Christine Vergiat (Gue/Ngl). Previsti anche interventi del Comitato europeo per la prevenzione della tortura e dell'Associazione per la prevenzione della tortura.
L'obiettivo di questo incontro e delle visite parlamentari - conclude la nota - e' rafforzare la vigilanza, sottolineare la necessita' di trasparenza su questi luoghi e dare maggiore visibilita' ai problemi legati alla detenzione dei migranti per incoraggiare evoluzioni legislative nazionali ed europee verso un maggior rispetto dei diritti umani.
Immigrazione come "energia vitale" e cittadinanza alle seconde generazioni. La linea del Capo dello Stato
Roma – 22 aprile 2013 - Gli immigrati sono una risorsa irrinunciabile per l’Italia, i loro figli sono italiani.
Questo, in una riga, il Napolitano - pensiero sull’immigrazione. Una linea che il presidente della Repubblica ha tenuto ferma negli ultimi sette anni e dalla quale difficilmente si discosterà nel suo nuovo mandato al Quirinale, iniziato oggi con il giuramento davanti al Parlamento.
Perché, come ha spiegato nel suo più recente discorso di fine anno, "l’Italia che vorremmo nella pienezza dei suoi valori civili e culturali"è un Paese che sa "accogliere chi arriva per cercare protezione da profugo o lavoro da immigrato e offrendo l'apporto di nuove risorse umane per il nostro sviluppo". Un Paese "da far crescere aperto e inclusivo", che si chiede "se è concepibile" che minori nati e cresciuti qui "restino stranieri".
Per Giorgio Napolitano non è solo inconcepibile non riconoscere a quei ragazzi la cittadinanza italiana, ma "è un'autentica follia, un'assurdità". "Senza questi ragazzi – spiegò incontrandone alcuni nel 2011 al Quirinale - il nostro Paese sarebbe decisamente più vecchio e avrebbe minore capacità di sviluppo. Senza il loro contributo futuro alla nostra società e alla nostra economia, anche il fardello del debito pubblico sarebbe ancora più difficile da sostenere".
"All'interno dei vari progetti di riforma delle norme sulla cittadinanza – sottolineò il Presidente - la principale questione aperta rimane oggi quella dei bambini e dei ragazzi. Molti di loro non possono considerarsi formalmente nostri concittadini perché la normativa italiana non lo consente, ma lo sono nella vita quotidiana, nei sentimenti, nella percezione della propria identità".
Parole rimaste lettera morta sotto gli ultimi due governi: al nuovo Parlamento, e al governo che verrà, il compito di farne un nuovo punto di partenza. I figli degli immigrati continuino a sperare, hanno ancora uno sponsor al Quirinale.
E i loro genitori? "Gli immigrati in Italia – ha scritto qualche mese fa Giorgio Napolitano - costituiscono una componente essenziale della popolazione, come forza lavoro e anche fonte di energia vitale per una società che invecchia".
"L'ostilità nei confronti dell'immigrazione deve perciò essere considerata un rifiuto della realtà, frutto di ingiustificate paure troppo spesso alimentate nel dibattito pubblico. Il fenomeno immigratorio, che è inevitabile, deve essere perciò accompagnato da politiche adeguate, perché a coloro che vengono a lavorare in Italia sia attribuito il rispetto che meritano, nell'osservanza delle nostre leggi".
"Un Paese che torni a crescere, che voglia essere un luogo di aperta convivenza civile è l'Italia a cui tutti i migranti potranno guardare con fiducia. Ed è l'Italia – dice il Presidente della Repubblica - che auguro a tutti noi".
EP
Lo evidenzia l'ultimo numero di ''Statistiche flash'', la pubblicazione curata dalla Direzione Sistema Statistico della Regione
Roma, 22 aprile 2013 - In Veneto in 10 anni la componente straniera aumenta di 304.254 unita', arrivando a costituire il 9,4% della popolazione (457.328 persone, un aumento del 198,8%), mentre gli italiani sono solo 25.262 in piu' (lo 0,6%). La quota di stranieri sulla popolazione complessiva rimane piu' alta a Treviso, Verona e Vicenza (oltre il 10%), ma e' Padova a registrare l'incremento piu' elevato (dal 2,6% al 9,1% della popolazione, ben 6,5 punti percentuali in piu'). Si tratta delle province che offrono piu' opportunita' occupazionali.
Lo evidenzia l'ultimo numero di ''Statistiche flash'', la pubblicazione curata dalla Direzione Sistema Statistico della Regione, incentrato sui dati relativi al 15° Censimento generale della popolazione e delle abitazioni realizzato da Istat. L'analisi mette l'accento sull'andamento che ha visto, tra i censimenti del 2001 e del 2011, il contributo della popolazione straniera sulla variazione complessiva dei residenti, attenuando le diminuzioni o accentuando i guadagni.
A livello nazionale, mentre i residenti stranieri crescono del 201,8%, raggiungendo 4.029.145 persone, per gli italiani si registra una sostanziale stabilita' (-0,5%). Lo stesso si puo' dire comparando le dinamiche regionali.
La crisi economica globale che dal 2009 attraversa anche il Veneto sta tuttavia producendo un sostanziale rallentamento di tale dinamica: nel biennio 2009-2010 gli stranieri aumentano in media del 5,4% all'anno, a fronte di incrementi superiori al 10% negli anni precedenti. Ad ogni modo, il fatto che piu' di un quarto degli stranieri in Veneto abbia meno di 18 anni (il 25,6%) e' segno di una buona propensione a fare famiglia e quindi di un forte radicamento nel territorio; questa percentuale, tra l'altro, e' la piu' alta tra tutte le regioni, seconda solo alla Lombardia.
Un anno massimo di trattenimento, più assistenza sanitaria, ma anche aggravanti e celle di isolamento in caso di rivolta. Tutte le proposte contenute nel “documento programmatico sui Cie” scritto dalla task force guidata dal sottosegretario Ruperto
Roma – 19 ottobre 2013 – I Centri di Identificazione ed Espulsione, oltre a non funzionare (solo un “ospite” su due viene effettivamente rimpatriato), sono costosissimi per lo Stato. Bisogna allora intevenire, rendere “più breve possibile” la permanenza degli immigrati al loro interno, “prevenire situazioni di disordini e violenza” e rispettare i “diritti della persona”.
Sono queste le premesse dalle quali è partita la task force del ministero dell’Interno, guidata dal sottosegretario Saverio Ruperto, che negli scorsi mesi ha visitato i 13 Cie presenti in Italia, individuato dieci campi di intervento e avanzato una serie di proposte. Un lavoro confluito in un Documento Programmatico sui Centri di Identificazione ed Espulsione, che potete scaricare da qui in versione integrale.
Il documento ha già sollevato diverse polemiche. Se da un lato prevede misure che appaiono a tutti gli osservatori migliorative (dalla riduzione del tempo massimo di permanenza al rafforzamento dell’assistenza sanitaria) , non manca infatti di aspetti repressivi, ad esempio quando prevede un’aggravante per i reati compiuti nei Cie con la possibilità di isolare in “moduli idonei” (celle di sicurezza?) persone “dall’indole non pacifica”. Qui di seguito ne riassumiamo i passaggi principali.
Si parte dalla Gestione dei Centri. Oggi ogni Cie viene affidato a un singolo gestore, dopo una gara d’appalto: un sistema che “non sembra aver prodotto i risultati sperati in termini di efficienza ed economicità”. Di qui la proposta di appaltare la gestione di tutti i centri presenti in Italia a un unico ente, che potrebbe anche essere un raggruppamento temporaneo di imprese.
Più facile, per lo Stato, parlare con un unico interlocutore, che garantirebbe standard uniformi. Si prevedono anche risparmi di spesa e un innalzamento del livello qualitativo. La task force propone anche la formazione di “un corpo di operatori professionali, cui affidare la gestione delle attività che prevedono un contatto diretto con gli ospiti dei Centri”.
Quanto ai tempi di permanenza dei migranti nei CIE, la proposta è abbassare il tetto massimo dagli attuali 18 mesi a un anno. Perché quei sei mesi in più, scrivono gli esperti, non servono: “È ragionevole ritenere che il tempo di permanenza di 18 mesi sia comunque esuberante rispetto alla effettività delle procedure identificative, essendo pressoché trascurabile il numero di stranieri identificati trascorso l’anno di permanenza”.
Nel documento si cita un dato: “Nel 2012, il tempo di permanenza media nei CIE è stato di 38 giorni, a fronte di un 50,6% di espulsi dopo il trattenimento”. E si spiega che i giudici di pace tendono comunque a non convalidare la proroga del trattenimento se lo straniero non è stato identificato entro i primi dodici mesi.
Per quanto riguarda l’accesso ai Centri, secondo la task force va bene il regime attuale. In particolare, dopo lo stop imposto da Maroni, una circolare del ministro Cancellieri ha riaperto le porte alla stampa, purchè si rispetti la privacy e non si intralci l’attività delle strutture. Si propone di dare più autonomia e discrezionalità ai prefetti, che potrebbero autorizzare l’ingresso senza il sì preventivo del dipartimento immigrazione del Viminale.
Un campo d’intervento importante è l’assistenza sanitaria all’interno dei centri, anche perché sono frequenti gli atti di autolesionismo così come le fughe dagli ospedali in cui vengono portati i migranti che hanno bisogno di cure. “Un servizio di assistenza sanitaria efficiente e completo favorisce, in primo luogo, una maggiore tutela della salute di tutti gli ospiti della struttura, e può contribuire a scongiurare questi tentativi di fuga”.
Tra le proposte presentate, ci sono un aumento delle ore di attività di medici e psicologi e la presenza in ogni Cie di un dirigente medico e di medici specialisti che potrebbero curare i migranti all’interno, senza bisogno di andare in ospedale. Servono poi accordi con le varie asl e convenzioni con i laboratori di analisi, così come “criteri oggettivi di esclusione degli ospiti dal CIE per motivi sanitari univoci”, e un “documento di indirizzo univoco”, che oggi non c’è, per i trattamento delle malattie infettive e delle tossicodipendenze.
Uno degli aspetti più problematici è quella che il documento chiama l"eterogeneità degli status giuridici” all’interno dei Cie: ci sono ex detenuti, immigrati irregolari non ancora identificati, immigrati rimasti in Italia dopo la scadenza del permesso di soggiorno. Vuol dire che si trovano a condividere gli stessi spazi criminali e incensurati, ex lavoratori regolari e persone che hanno sempre vissuto per strada ecc.
Nel documento di auspica quindi “l’elaborazione di criteri di selezione per l’ingresso nei CIE …al fine di scongiurare un’eccessiva promiscuità”. E, per gli ex detenuti, si prevedono nuove procedure e organismi per identificarli ed espellerli più rapidamente, anche rafforzando la collaborazione tra i ministeri dell’Interno e della Giustizia.
Il punto più controverso è quello dedicato alla “tutela della pacifica convivenza all’interno dei Centri”, a fronte delle frequenti rivolte con feriti e danneggiamenti. Secondo gli esperti, i gruppi di ospiti che manifestano “condotte violente e antisociali” andrebbero frazionati, con trasferimenti in altre strutture e la creazione, all’interno di ogni cie, di “moduli idonei ad ospitare persone dall’indole non pacifica”.
Si propone poi un intervento normativo, con l’introduzione nel Testo unico sull’immigrazione di “un’aggravante per i reati commessi all’interno dei Cie, caratterizzati da condotta violenta”. Permetterebbe al prefetto e al questore, anche nell’ambito di “consigli di disciplina” interni ai centri, di intervenire in caso di episodi “attuali o potenziali, di insurrezione o di grave danneggiamento” trattenendo gli autori in aree differenziate, comunque sempre sotto il controllo del giudice di pace.
Nel documento si ammette è l’ozio forzato a far aumentare aggressività e malessere nei Cie. Servono quindi una diversa divisione degli spazi, per svolgere attività ricreative e sportive, e più attenzione, da parte di chi gestisce i centri, nell’organizzare attività di animazione socio culturale e garantire le funzioni religiose. Sistemi di “difesa passiva”, cioè recinzioni e altri tipi di barriere, dovrebbero consentire l’utilizzo degli impianti sportivi senza pericoli di fuga.
All’interno di tutti i CIE, propone ancora la task force, andrebbero “predisposte aule idonee per lo svolgimento delle udienze di convalida” delle espulsioni davanti al giudice di pace. In questo modo la polizia non sarebbe costretta ad accompagnare gli stranieri nei tribunali e si eviterebbe un maggiore dispensio di risorse umane.
Quando alle modalità di trattenimento, il documento sollecita tutti gli operatori a garantire all’interno dei Cie la libertà di circolazione, la libertà di colloquio, tra gli ospiti o con visitatori esterni, la libertà di corrispondenza, anche telefonica, la libertà religiosa (servono luoghi di preghiera) e in generale tutti i diritti fondamentali della persona, con particolare attenzione alla diritto di riceve una libera, corretta e trasparente assistenza legale.
Gli ospiti vanno informati su come funzionano le procedure che li riguardano, ma anche sulle misure alternative all’espulsione forzata, cioè al partenza volontaria e il rimpatrio volontario assistito. In tutti i centri dovrebbe essere garantito l’uso dei cellulari, purché privi di telecamere e macchine fotografiche. Particolari restrizioni, per periodi di tempo determinati e anche solo per alcuni individui, sono previste quando i telefonini vengono utilizzati per organizzare rivolte o fughe.
Per disincentivare e affrontare rivolte e fughe, tutti i gestori chiedono di rafforzare la presenza delle forze di polizia all’interno dei centri, dove c’è sempre un ufficio stranieri decentrato della Questura. Gli esperti del Viminale non sembrano d’accordo: più vigilanza non vuol dire meno tensioni. Meglio, quindi, puntare su sistemi di difesa passiva e, soprattutto, sul personale dei Cie, che dovrebbe “intercettare le situazioni di disagio e canalizzare i modo costruttivo, attraverso l’ascolto, il dialogo e la mediazione”.
Infine, il documento prospetta una “riorganizzazione della distribuzione dei CIE sul territorio” , facendo anche riferimento all’apertura di nuovi centri. Dal momento che “uno degli strumenti più efficaci per ridurre i tempi di identificazione è il ricorso alle autorità consolari del presunto Paese di provenienza” si propone di concentrarne la presenza soprattutto nelle città dove si trovano queste rappresentanze diplomatiche.
Elvio Pasca
Non sono riusciti a dimostrare che erano in Italia dal 2011. Dalla riunione tra ministeri, sindacati e associazioni anche il no a un nuovo decreto flussi
Roma – 18 aprile 2013 – Non sono riusciti a dimostrare, attraverso “documentazione proveniente da organismi pubblici”, che erano in Italia già dal 2011. Per questo motivo non avranno né un permesso di soggiorno, né un contratto di lavoro.
È la prova di presenza lo scoglio sul quale si stanno infrangendo le speranze di migliaia di lavoratori irregolari che hanno tentato la strada della regolarizzazione. Si giustificano così quasi tutti i rigetti decisi finora dagli Sportelli Unici per l’Immigrazione, e il problema è enorme, se si considera che finora è stata bocciata una domanda su tre.
Il sospetto è stato confermato ieri da un'analisi del Viminale fatta nel corso di un incontro presso il ministero dell’integrazione tra tutti i soggetti istituzionali interessati alla regolarizzazione, i sindacati e le associazioni del tavolo immigrazione e asilo.
“Il 90% dei rigetti è dovuto all’impossibilità per il migrante irregolare di esibire la prova documentale di essere stato presente in Italia prima del 31 dicembre 2011. Dunque non irregolarità documentali o assenza del posto di lavoro, ma solo una norma restrittiva imposta nella procedura” si legge in un resoconto della riunione diffuso dal dipartimento politiche migratorie della Uil.
A quanto pare non è bastata l’interpretazione estensiva data in extremis dal consiglio di Stato, che considerava prove anche abbonamenti del bus, contratti telefonici, certificati medici, attestazioni di centri di accoglienza ecc. E così, quelle poche parole inserite nella legge per evitare un “effetto richiamo” si sono trasformate in una temibile strettoia.
Tra costi alti e paletti, già erano partite poche domande (130 mila) rispetto alle aspettative della vigilia. Ora arrivano anche tante bocciature. Il successo della regolarizzazione appare ulteriormente ridimensionato.
L’analisi fatta ieri da Natale Forlani, direttore immigrazione del ministero del Lavoro, è che “nel 2000 la domanda di lavoro straniero era comunque superiore all’offerta e questo permetteva – malgrado i difetti del meccanismo del decreto flussi o delle regolarizzazione – l’emersione di posti di lavoro veri. Oggi il lavoro non c’è e queste regolarizzazioni fanno emergere molto poco. Servono invece agli affari lucrativi dei ben organizzati professionisti dei permessi” .
“È finita la fase in cui c’era un mercato del lavoro attivo per gli immigrati (regolare o sommerso), anche a fronte di una situazione di scarsa crescita. Oggi anche quel lavoro viene a mancare: da qui l’incapacità del decreto flussi (o della regolarizzazione) a far emergere permessi di lavoro vero” ha concordato Giuseppe Casucci, coordinatore del dipartimento politiche emigratorie della Uil.
“Se è vero quanto affermato da Forlani però – ha sottolineato il sindacalista – condire la sanatoria di tante strettoie è solo servito a far alzare i prezzi del mercato dei permessi. Ora va trovata una via d’uscita per chi viene escluso senza colpa”.
Sindacati e associazioni hanno chiesto quindi più tolleranza e la concessione di permessi per ricerca di lavoro agli immigrati che non hanno responsabilità nel fallimento della procedura di emersione. Dal Viminale arrivano aperture in questa direzione, “tranne nei casi di violazione della legge”.
Ieri si è parlato anche dell’ipotesi di un nuovo decreto flussi, che al momento appare lontana. La linea del ministero del Lavoro rimane la stessa: stop a nuovi ingressi, bisogna prima pensare ai tanti disoccupati che sono qui, italiani e stranieri.
Un punto su cui, spiega il resoconto della riunione, i rappresentati dei lavoratori concordano. “Si è ribadito da parte sindacale – spiega il resoconto - la necessità di politiche attive occupazionali per chi è già in Italia e perde il lavoro, mentre si è convenuto sulla inutilità (e forse dannosità) dell’uso a pioggia del decreto flussi, tranne per le quote obbligatorie. Uno strumento che andrà comunque sostanzialmente rivisto per il futuro”.
Elvio Pasca
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